Ma non ha proprio niente da recriminare.
Perchè il talento, non si misura con i traguardi, con le medaglie, con il successo. Il talento si misura anche nel tempo.
Internazionali di tennis a Vicenza un bel pò di anni fa.
Mentre leggo i partecipanti sul tabellone, si avvicina una ragazzo. Gli chiedo: “E tu chi sei?”
E lui mi risponde: “Alberto Brizzi”.
Era la testa di serie numero uno del torneo.
Un ragazzo educato, posato, serio.
Pure troppo.
E infatti quella pagella straordinaria da 9, non gli ha permesso di raggiungere le vette delle classifiche. Il suo miglior piazzamento del ranking ATP in singolare infatti, fu la 230ª posizione. Se consideriamo i 80 milioni di giocatori di tennis stimati nel mondo, possiamo considerarlo un fenomeno. Perchè, chi conosce il tennis, sa perfettamente che tra un 4.4 e un 3.2 c’è un abisso. Tra un 2.1 e il numero 100 al mondo c’è un altro abisso. Che tra il numero 70 e i primi 10 c’è l’abisso degli abissi. E che tra i primi 10 e i primi 3 del mondo, non c’è solo un abisso, ma si può affermare che non stiano più giocando nemmeno lo stesso sport.
Insomma; nel tennis la strada del successo è eterna e psicologicamente devastante.
Alberto ha la consapevolezza che serviva eccellere in qualcosa per vincere di più. Oppure quella cattiveria, quell’agonismo maleducato, quell’esasperata voglia di vincere che lui non aveva, gli avrebbero esaltato le già ottime caratteristiche tecniche.
Ma non ha proprio niente da recriminare.
Perchè il talento, non si misura con i traguardi, con le medaglie, con il successo. Il talento si misura anche nel tempo. E il suo, che identificherei nell’ equilibrio, lo accompagnerà per il resto della vita, fino a fargli scoprire che la ricerca maniacale dell’incordatura della racchetta, non era una perdita di tempo, ma un rito anticipatorio che rispecchiava appieno la sua identità.
#talentisineveryone





