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Nicolas Vaporidis: “Tra il talento e la determinazione? Scelgo la determinazione”

by Autore Davide Librellotto
12 Novembre 2024
Share on Facebookhttps://www.linkedin.com/in/davide-librellotto-a0ab327b/?originalSubdomain=it

#

Ci siamo incontrati nel suo ristorante Taverna Trastevere (link) a Milano. Nicolas fa parte delle persone che io piacevolmente definisco “pane al pane, vino al vino”; schietto, franco e sincero.
Niente giri di parole, ma chiarezza e barra a dritta. Le persone che preferisco.
Il collegamento su Meet è Vicenza-Londra,16:30 ora italiana.

Parto subito con la prima domanda senza tanti fronzoli con l’obiettivo di far uscire la sua franchezza anche a costo di sentirmi smentire l’idea che il talento sia in ognuno di noi.
“Credo che qualsiasi persona abbia delle caratteristiche specifiche che se utilizzate in modo costruttivo possano trasformarsi in un talento in un settore qualsiasi dello sport, dell’arte o dell’imprenditoria. Qualcuno nasce con un dono, i gifted. Ma sai. Il talento per me è un’arma a doppio taglio in cui io credo ma che reputo un concetto molto relativo. Anzi. Di solito quelli che hanno talento portano anche più responsabilità perchè molto spesso hanno il dono ma non hanno la capacità di sfruttarlo e utilizzano soltanto quello e non utilizzano la cosa più importante che sovrasta di gran lunga il talento: l’applicazione pratica, l’esercizio, l’allenamento, il training. Chi non ha talento ma lavora in modo continuativo e risoluto lo supera di gran lunga.

“Chi ha talento tende ad appoggiarsi sulle proprie capacità innate. È chi non ce l’ha che deve recuperare e quindi lavora di più. E chi lavora di più e più bravo.”

L’idea di Nicolas è chiara: il talento non è in ognuno di noi.
Così cerco di approfondire sul cosa intenda per talento.
“Per me il talento è il fatto che ti riesca più facile una cosa, ma il fatto che ti riesca più facile non significa che ti riesca meglio”.
E qui Nicolas smonta l’idea che il talento sia fare meglio degli altri qualcosa. Escludendo dall’equazione i talenti fuori scala infatti (vi invito a leggere l’approfondimento_link) e rientrando sull’umanizzazione del talento, il punto è che il talento da solo non basta: mai. E non è detto che senza sovrastruttura, il talento sia meglio di chi affronta i propri limiti con abnegazione. Anzi, come spesso accade, può diventare addirittura un deterrente alla voglia di fare, alla necessità di mettersi in gioco, alla volontà di spaccarsi la schiena. Ma attenzione a dire, come capita spesso ultimamente, che il talento non esiste e che basta impegnarsi tanto per raggiungere qualsiasi traguardo, perchè potrebbe passare l’idea che se non raggiungiamo certi traguardi, la colpa sia solo nostra.

Ma la cosa ancora più interessante viene fuori chiedendogli qual’è il suo di talento.
Così dopo parecchi sospiri, mi dice: “Sai, è una domanda che richiederebbe un tempo di riflessione piuttosto consistente. Si ti direi. Ci sono delle cose che mi riescono più facilmente rispetto ad altre e rispetto ad altri. Ma non credo di avere un incredibile talento in nulla sostanzialmente. Però ho una grande determinazione. Non so se quella si può considerare un talento. Certamente è una mia predisposizione. Sono anche molto testardo e ho bisogno di essere stimolato da fattori esterni per mettermi in moto, per dare il massimo. Perchè tendo ad annoiarmi. Ho bisogno costantemente di una sfida, che sia pratica, che sia spirituale, che sia di vita. Che sia un possibile cambiamento dello status quo. Ho trovato una forma di equilibrio nel mio non accontentarmi mai. Ecco, il mio talento forse sta nella mia capacità più grande nell’essere molto determinato nell’ottenerlo quell’equilibrio. Nella vita ho imparato a perdere le battaglie, ma facendo passare tutto attraverso l’accettazione che è il primo passo per il cambiamento. Le sfide nella vita, ma anche quelle professionali, si fanno, si vincono e si perdono. Niente di grave. Persa una sfida professionale se ne mette in piedi un’altra e cerchi di vincerla.”

Una riflessione mi giunge spontanea…
Predisposizione o talento? A me piace chiamarlo talento.
La determinazione è un talento? A me piace pensare proprio di si. Forse uno dei più trasversali e potenti. 

Sono colpito dal suo approccio alla vita, la lucidità nel riconoscere la quasi patologica necessità di cambiamento continuo (che ho pure io) e la proiezione in avanti che quasi dimentica la grandezza e la bellezza del passato.
Così gli ricordo che lui ha già vinto, ha raggiunto la fama, il successo, è parte della storia del cinema italiano e gli chiedo se ne ha consapevolezza.
“Francamente ho accettato l’idea, ma non me ne sono tutt’ora pienamente reso conto. Sono grato del percorso. Ma non credo sia tutto. Nella mia vita ho fatto delle cose che mi riconosco importanti per me e per gli altri. Ma non so se quando non ci sarò più si ricorderanno di me. Se tra vent’anni fregherà a qualcuno dei film che ho fatto. Per aver fatto quello che ho fatto sono stato completamente assorbito tralasciando tutti quegli aspetti umani, personali, relazionali che definiscono un uomo. Ma nella mia testa ho ancora tante cose che vorrei fare. Quello è stato qualcosa che ho fatto, di bello, dedicando vent’anni della mia vita. Ho sicuramente raggiunto dei traguardi incredibili, anche più grandi di quelli che immaginavo e che desideravo forse. Era tutto tanto. Un bellissimo periodo. Oggi cerco altro dalla vita stessa. Il mio successo passa dalla realizzazione di altre cose. Perchè il lavoro è un mezzo. Non passa tutto solo attraverso il mestiere che fai. Passa attraverso le scelte che fai e, a volte, la scelta è proprio il cambiamento. Sentirti di successo attraverso altre cose. Non solo attraverso la fama o la notorietà. Che è una cosa piacevole sotto certi aspetti, ma non per tutti. Oggi voglio fare qualcosa che faccia stare bene me, ma che faccia stare bene anche gli altri.”
Lo ascolto ammirato. Riconosco una ricerca interiore profonda e tormentata che ha l’esigenza di trovare qualcosa che lo faccia stare bene, che gli dia un pò di pace. Ma è sicuramente sulla buona strada. Chi ha il coraggio di cambiare e chi riconosce l’importanza dell’aspetto umano ha già capito più cose di tanti che per la metà della fama e del successo di Vaporidis, farebbero carte false.

Ma è chiedendogli perchè ha scelto il mondo della ristorazione che avviene una sorta di metamorfosi kafkiana. Non dal punto di vista dell’emarginazione sociale ovviamente, ma dal punto di vista empatico rispetto agli altri.
“Siamo a tre ristoranti oggi: Londra, Milano e Cobham. E ora che siamo al posto di quello che all’epoca poteva essere il nostro direttore, dobbiamo mettere in pratica le teorie e vedere se funzionano partendo da un approccio etico che è quello che oggi ci contraddistingue.

“La mia felicità passa attraverso questa forma di correttezza con la vita”

“Non mi interessa piacere a tutti. Sarebbe una forma di narcisismo. Preferisco essere considerato giusto. Gli altri non devono condividere le mie scelte. Devono capirle. Non esistono decisioni che accontentano tutti. Con i ragazzi, che sono la mia famiglia, ho un rapporto professionale. Cerco di creare leader, non cerco di tenermi la leadership. Per questo ognuno ci mette del suo. Alla fine anche la ristorazione è una forma di intrattenimento e ognuno ha la capacità e il diritto di metterci qualcosa. Solo così hai un gruppo di lavoro che lavora insieme a te e non che lavora per te.”

Mentre mi racconta della sua nuova avventura (ormai non così nuova, ma consolidata), esce un lato paterno inaspettato, che trasmette protezione attraverso l’autorevolezza e non l’autoritarismo. Inizio a capire anche quella vena malinconica di chi ha capito molto di più di quello che racconta. Così oggi posso dire di aver imparato una cosa nuova: che la felicità sta nella ricerca stessa della felicità e che il processo di ricerca passa attraverso il cambiamento.
Grazie Nicolas.

#talentisineveryone

 

 

 

Tags: attoreDavide LibrellottofamiglianetworkingNicolas Vaporidisqualitàristorazionetalenti is in everyonevalori
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